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Leute Kubale e supposte di filosofia

Sono tornato, dopo due anni trascorsi ad ascoltare il mio corpo e soprattutto la mia mente ho rimesso un imbrago e reiniziato la mia attività speleo.

Sono stati molti i dubbi che mi hanno attanagliato l'anima in questi anni. La voglia di mollare tutto definitivamente, l'idea di aver sprecato il mio tempo ad inseguire una chimera, la vocina che mi diceva e che ancora mi sussurra: "Non avere fretta" non mi hanno dato tregua; Capita a molte persone di interrogarsi se ciò che si è fatto non sia stato un film parallelo alla vita quotidiana.
Credo che non sia poi così sbagliato il ragionamento, ovvero la speleologia è un'attività che ho sentito spesso come identitaria e un po' anche elitaria. Il riconoscersi solo dentro a schemi esclusivi rispetto a tutto il resto del mondo è una pratica sociale molto diffusa.
Gli speleologi, come lo sono anch'io, non sono immuni dalla categorizzazione della società. Sarà che oltre al fango sulla tuta ci rimane quella patina di scienza e geografia che ci fa sentire importanti o sarà semplicemente che si vive una crisi che ci spinge a radicalizzare il nostro punto di vista fino a farlo soffocare perché...noi non vogliamo essere quelli superficiali.

Devo rivedere ancora un mucchio di cose, la manovra di soccorso fatta ad occhi chiusi, sentire l'aria di grotta prima di entrare o prima di uscire, le lunghe e interminabili calate da fare in discesa e poi in salita. Devo riprovare la sensazione di essere sotto lo stillicidio che mi va giù per il collo mentre salgo e l'acqua che mi inzuppa pure le mutande quando striscio lungo un cunicolo grande come un orifizio. Dopo che avrò ritrovato tutto ciò cercherò nuovi tasselli del mio mosaico.
Intanto mi godo il mio ritorno.


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